“Il partito nuovo a Bologna (Scritti su “La Lotta – 1945/ 1948)” di Arturo Colombi

12 Febbraio 1934 – Muore a Roma Gino Baldesi (Firenze22 settembre 1879 – Roma12 febbraio 1934) è stato un politico e sindacalista italiano.

In gioventù fu apprendista tipografo, mozzo, scultore e fattorino, per poi arruolarsi nell’esercito. Durante le frequenti punizioni effettuò letture di carattere economico e successivamente imparò il francese e l’inglese. Militante del Partito Socialista Italiano, durante la Prima guerra mondiale fu redattore del periodico fiorentino La Difesa, che aveva posizioni interventiste. Lavorò poi alle officine Galileo, aderì alla FIOM e scrisse frequentemente di tematiche sindacali sull’Avanti. Nel 1918 divenne segretario aggiunto della CGL a fianco di Ludovico D’Aragona e rappresentò più volte il sindacato durante conferenze internazionali come quella di Washington nel 1919 e di Ginevra nel 1921.

Nel gennaio dello stesso anno aveva partecipato al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano come firmatario, insieme a D’Aragona, della mozione riformista. Alle successive elezioni divenne Deputato del Regno. Nell’ottobre 1922 fu espulso dal partito con l’intera ala riformista e confluì nel Partito Socialista Unitario.

Dopo l’avvento del fascismo ebbe contatti con Mussolini e si parlò di un suo possibile ingresso nel governo, ma poco dopo assunse una posizione maggiormente critica e il 9 novembre 1926 il suo incarico parlamentare fu dichiarato decaduto e Baldesi si ritirò a vita privata.

Gino_Baldesi

[…] Nel movimento di liberazione i comunisti erano di gran lunga la forza più grande, ma con la riconquistata libertà ritornava alla vita attiva la vecchia generazione di trazione socialista, e il vecchio quadro di capi lega di sindaci e dirigenti di cooperativa, costoro benché fossero stati in letargo per un lungo periodo, conservarono prestigio e anche capacità.   Tornò anche Giuseppe Massarenti, benché logoro per l’età e le vicissitudini della vita.

La politica di unità nazionale antifascista, gli orrori della guerra, la disfatta militare e le barbarie commesse dalle brigate nere avevano aperto gli occhi a una grande parte delle masse, già controllate dal fascismo, ma i più compromessi con il regime, e in generale le forze sociali conservatrici che avevano costituito la base del regime, riparavano sotto le bandiere della DC.

Per conquistare molte migliaia di nuovi iscritti era necessario far sviluppare la propaganda, chiarire le idee, conquistare le coscienze, bisognava saper parlare alla mente e al cuore dei lavoratori, dimostrare con i fatti di saper affrontare e risolvere i problemi della vita.

Bisognava ripulire la città dal letame e dalle immondizie che costituivano una minaccia di epidemia, assicurare il pane, la carne, il latte, i grassi, trovare un tetto ai molti che lo avevano perduto.   Le macchine delle fabbriche bolognesi erano state trasportate al Nord o in Germani, bisognava recuperarle e rimettere le fabbriche in efficienza.    Occorreva molto iniziativa e spirito pratico realizzatore.

Ricordavo un giudizio sferzante che il noto dirigente sindacale Bentivogli di Molinella (che dopo l’8 settembre 1943 combatté assieme a noi e fu trucidato insieme al compagno Sante Vincenzi, poche ore prima della liberazione, era latore dell’ordine di insurrezione) in un Consiglio delle Leghe tenutosi nel 1922 alla Camera del Lavoro di Bologna. Rivolgendosi a noi comunisti, nel corso di un suo intervento, disse pressapoco:<<Voi comunisti siete dei bravi ragazzi, il vostro entusiasmo e il vostro coraggio, mi ispirano simpatia, domani sarete con noi, ma oggi come oggi dimostrate di non sapere cosa costa il sale.    I lavoratori che noi organizziamo sono alle prese con l’assillante problema del lavoro e del pane, per loro e per le loro famiglie, e voi credete di soddisfare queste esigenze inneggiando alla rivoluzione>>.

Questo giudizio mortificante e ingiurioso per noi, aveva trovato larghi consensi tra i capi lega presenti.   Noi comunisti non sapemmo rispondere in modo pertinente, come non avevamo saputo rispondere alla filippica anticomunista del capo confederale Baldesi.  E non lo sapemmo fare anche perchè sentivamo che qualche cosa di vero vi era nella sferzata demagogica del dirigente riformista.    Non avevo mai dimenticato il discorso, e ritornato a Bologna, sovente ricordavo ai compagni: dobbiamo dimostrare con i fatti di saper risolvere concretamente i problemi immediati che assillano le masse, così come lo sapevano fare i capi lega, i sindaci e i cooperatori riformisti. […] pp. 216

 

Disponibile presso LA BIBLIOTECA NAZIONALE UIL ARTURO CHIARI

 

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