“Manualetto di tecnica sindacale” di Rinaldo Rigola

Muore a Milano Rinaldo Rigola (Biella2 febbraio 1868 – Milano10 gennaio1954) è stato il primo segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL)   dal 1906 al 1918 e presidente fondatore durante il regime fascista dell’Associazione Nazionale Studi – Problemi del Lavoro, nel dopoguerra aderì alla UIL, allora guidata da Italo Viglianesi.

 

Questo manualetto è un compendio di lezioni tenute alla Scuola di Previdenza e di legislazione sociale della Società Umanitaria, negli anni 1920-1921. Non è dunque un lavoro di fresca data quello che presentiamo ai lettori, ma la ristampa della prima edizione apparsa nel 1922 sui “Problemi del Lavoro”, i quadernetti mensili che in quell’anno dovettero sospendere le pubblicazioni a causa del rivolgimento politico. Di ciò dobbiamo avvertire i lettori, i quali potrebbero trovare che nel libro si parla di cose lontane assai più che di cose vicine, senza poter darsene ragione.

Ma sono poi davvero cose vecchie queste? Certo è trascorso un buon quarto di secolo dai giorni in cui queste pagine furono scritte, ma ciò non significa che oggi abbiano perduto ogni valore.

Nel 1922 i fascisti si impadroniscono del Governo con un colpo di mano, complice la monarchia. Nessuno sa in che veramente consista questo atto incostituzionale, giacchè il fascismo non ha una dottrina sua propria, non è cioè un partito politico con un programma definitivo, bensì un semplice aggregato di individui i quali si propongono genericamente di salvare il Paese dal disordine e dalla rivoluzione.  Fin dal primo momento però si ha la sensazione che la politica sociale e sindacale del nuovo regime sarà ispirata a criteri eminentemente nazionalistici, antidemocratici ed anticlassisti.   Nel giro di pochi anni, infatti, vennero soppresse o assorbite nelle corporazioni fasciste le Camere del lavoro, le Federazioni, le Cooperative, le Mutue e tutte le altre istituzioni a carattere operaio e sociale, tanto socialiste che cattoliche, o di qualsiasi altro indirizzo politico diverso dal fascista.   Niente più lotta di classe, vietati gli scioperi e le serrate, i rapporti collettivi di lavoro dovevano essere regolati unicamente tra le corporazioni fasciste dei prestatori d’opera e le corrispondenti organizzazioni, esse pure fasciste, dei datori di lavoro.    In caso di mancato accordo tra le prati, decidevano i Tribunali del lavoro.   L’iscrizione all’organizzazione operaia era libera, ma era obbligatorio per tutti gli appartenenti alla categoria il contributo annuo, ragguagliato ad una giornata di salario, per il servizio sindacale, che veniva riscosso dall’imprenditore mediante ritenuta sulla paga e versato allo Stato, unitamente agli altri contributi assicurativi a carico dei lavoratori.

Il sindacato fascista non era, come si potrebbe credere, un sindacato libero di un dato colore, come chi dicesse sindacato socialista, cattolico, liberale, od altro, ma era fascista in quanto era unico e inquadrato nell’ideologia unica (nazionalista) che avesse diritto di cittadinanza nello Stato. E siccome lo Stato era a struttura gerarchica, ne seguiva che i dirigenti sindacali erano nominati dagli alti gerarchi tra gli iscritti al partito, e quindi vincolati con giuramento ad obbedire al Capo del Governo e Duce del fascismo.    Così si giunse, per tappe successive, a creare lo Stato totalitario, cioè la dittatura di una persona sola, esercitata mediante l’aiuto di una numerosa burocrazia politica e sindacale.

Superfluo aggiungere che in questo regime nazionalistico ed autarchico i lavoratori non potevano nè aderire ai raggruppamenti internazionali, nè partecipare a congressi, nè allacciare rapporti idi nessuna specie con i sindacati esteri.   Questo sindacato, in conclusione, è stata una creazione artificiale al servizio di un’ideologia dichiaratamente avversa agli “immorali principii” autoritaria, militarista e imperialista, che non poteva avere altro fine che quello della guerra.   Questo sindacalismo di Stato, o di ragion di Stato, sul quale vegliava paternalisticamente il dittatore, fu avvallato all’interno con atti formali dalla classe padronale e ammesso dalle Potenze straniere a far parte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, come il solo legittimo rappresentante della classe lavoratrice italiana in luogo della Confederazione Generale del lavoro.

Nulla più rimase dei sindacati liberi fino al giorno in cui la guerra scoppiò e travolse insieme col regime del Littorio anche le fortun e nazionali.   Col crollo del sistema politico pre-borghese, disparve anche il sindacalismo fascista e si ristabilì nuovamente la libertà sindacale, quale esiste in tutti i paesi civili.   L’Italia per sua sventura, ha avuto un lungo periodo di interruzione di tutte le sue libertà politiche che l’ha costretta a segnare il passo.   Ora essa deve riprendere il cammino e perciò bisogna rifarsi dal punto in cui il lavoro è stato interrotto.   Ecco perché abbiamo deciso di rieditare queste lezioni.   Noi ignoriamo che dei progressi si sono fatti anche nella tecnica organizzativa in questi ultimi venticinque anni, ma il nuovo non rinnega il vecchio, anzi l’uno non sta senza l’altro.    Perciò ci siamo limitati ad apportare al vecchio testo le sole correzioni materiali indispensabili, lasciando il resto alla elaborazione del tempo presente.

L’Autore

[…]

 

Disponibile presso la BIBLIOTECA NAZIONALE UIL ARTURO CHIARI

 

 

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