“Storia della politica agraria in italia dal 1848 a oggi” di Giuseppe Orlando

13 dicembre 1919 muore Alfonso Canzio (Barrafranca30 luglio 1872 – Barrafranca13 dicembre 1919) è stato un sindacalista italiano.

Alfonso Canzio nacque il 30 luglio 1872 a Barrafranca. Nel secondo anni venti, fu il fondatore della locale Lega di Miglioramento dei Contadini e l’anima del movimento socialista barrese. Fu anche consigliere comunale. Nel 1911 lo troviamo alla guida della lotta contro l’Amministrazione comunale guidata da Luigi Bonfirraro che aveva imposto, tra l’altro, l’obbligo di servirsi delle carrozze comunali per il trasporto dei defunti e ne aveva aumentato i costi di servizio.

Nel primo dopoguerra guidò le lotte contadine riuscendo ad imporre contratti favorevoli ai lavoratori della terra. Ma la reazione agraria, a Barrafranca come in tutta la Sicilia, non si fece attendere: il 29 gennaio 1919 venne assassinato Giovanni Zangara, segretario della sezione socialista di Corleone, il 22 settembre Giuseppe Rumore, segretario della “Lega di Miglioramento” e della sezione del PSI di Prizzi, il 13 dicembre toccò ad Alfonso Canzio, il 29 febbraio 1920 cadde Nicola Alongi, il 14 ottobre chiuse la lunga serie di attentati mortali l’omicidio di Giovanni Orcel, segretario della FIOM di Palermo. Esecutrice di questi efferati delitti fu la mafia agraria che si vedeva gravemente minacciata dall’impegno radicale di questi dirigenti del movimento contadino.

Gli agrari e la mafia locale non avevano perdonato al Canzio il suo coraggioso ruolo dirigente svolto nel movimento e così gli tesero un vile agguato, ferendolo gravemente con pallettoni unti d’aglio davanti alla sua abitazione. Una settimana dopo l’attentato, la sopraggiunta gangrena lo condusse alla morte.

[…] Tra il 1911 e il 1915 si predispone il clima che avrebbe dato origine nel dopoguerra al fascismo.

Le pagine di Guido Dorso dedicate all’analisi dell’anteguerra sono al riguardo illuminanti.

Giolitti, dopo i successi e il consolidamento del suo regime, giocava, attraverso il suo trasformismo parlamentare, su due fronti: da un lato, aveva imbrigliato il socialismo che, temendo di perdere le conquiste economiche e sociali realizzate nel primo decennio del secolo, si lasciava dominare dall’abile uomo di Stato che adottava le soluzioni minime che gli elaborava il riformismo socialista, senza peraltro rinunciare agli obiettivi capitalistici che erano al fondo della sua visione della nuova società italiana; dall’altro, il capitalismo si avviava ad uscire dalla sua fase modernistica per entrare in quella, più ambiziosa, imperialista, che richiedeva la presenza attiva del paese nelle vicende eterne, e con esso lo sviluppo delle commesse di guerra. Giolitti era certo di poter continuare a controllare le aspirazioni socialiste ancora per molto tempo, col suo interventismo economico, e di riuscire ad accontentare le accresciute mire capitalistiche con la conquista libica.

Ma il disegno doveva ben presto fallire a causa dello scoppio della grande crisi europea che dette origine alla prima guerra mondiale.

Il socialismo si scisse in due opposte forze: da una parte il socialismo antiriformista o rivoluzionario, capeggiato dai massimalisti e da Mussolini, interventisti entrambi perché nella loro radicata convinzione antiparlamentare erano persuasi che attraverso la guerra soltanto si poteva distruggere la dittatura personale di Giolitti; dall’altra il socialismo riformista, neutralista convinto perché dalla guerra temeva la perdita del conquistato benessere economico.

Sull’altra sponda, il capitalismo aveva prodotto i nazionalisti – i cui esponenti di spicco erano Salandra e Sonnino – che rifiutavano la visione pacifista giolittiana, inadeguata ormai a soddisfare, di fronte alla occasione straordinaria offerta dalla guerra, il loro desiderio di potenza.

Le due fazioni di opposizione a Giolitti, avevano, allora, posizioni antitetiche: i nazionalisti patrocinavano l’intervento in guerra a fianco della Triplice Alleanza, perchè vedevano nella Germania il paese più forte e sicuramente vincitore, i socialisti interventisti e il Partito repubblicano, chiedevano invece l’alleanza con Francia e Inghilterra.   Ciononostante le due parti si allearono nel loro disegno di abbattere l’incontrastato dominio giolittiano e l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

Ma la guerra e la rivoluzione d’ottobre, che nel frattempo distrusse il regime zarista, produssero un ulteriore fenomeno: quello del contagio bolscevico. La guerra si concluse con l’Italia nel caos più completo.

Il socialismo riformista fu travolto dal miraggio della rivoluzione bolscevica, che trovò nelle masse, violentemente coinvolte dalla guerra e dalla conseguente delusione del trattato di pace, il terreno favorevole per esplodere in una serie di crescenti agitazioni rivoluzionarie.

Il nazionalismo e la borghesia furono colti allora dalla folle paura del contagio della rivoluzione bolscevica e dalla radicata convinzione che questa fosse ormai alle porte. E poiché il regime giolittiano non esisteva più, la classe dirigente che lo aveva sostenuto credette di continuare a dominare la situazione nell’illusione che <<gli errori degli altri e la riscossa dei ceti medi potessero permettergli di accentuare la propria funzione di conservazione>> e riprendere in mano il dominio della situazione.

In effetti, nessuno comprese che <<si riproduceva un fenomeno caratteristico italiano: lo sforzo puramente verbale di applicare alla realtà nostra, semifeudale e precapitalistica, schemi rivoluzionari astratti, prodotti da altri popoli per differenti realtà sociali e interpretati dai nostri rivoluzionari in maniera assoluta arbitraria ed anarchica>>.

Solo Mussolini capì che poteva svolgere a proprio favore lo stato prerivoluzionario in cui si trovava il Paese e, forte della paura della borghesia, riuscì a illudere una parte delle masse e della piccola borghesia immature, ch’egli, nemico giurato del giolittismo e del parlamentarismo, era portatore di nuove imprecisate idee che avrebbero dato all’Italia un rinnovato ordine sociale,. Fu così che, inserendosi abilmente nella tattica trasformistica di Giolitti, richiamato nel giugno del 1920 al governo come salvatore del Paese, e forte dei successi elettorali conseguiti, riuscì ad imporre al vecchio uomo di Stato e alla monarchia di trattare per un compromesso di governo. […]pp.91

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari

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