“Il dilemma dei sindacati americani” di Franco Ferrarotti

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[…] I sindacati americano hanno, nel complesso, tenuto conto delle esigenze legate a questa situazione. Pur senza farsi illusioni sui loro limiti, essi non hanno mosso una opposizione di principio alle human relations né si sono irrigiditi in contrapposizioni aprioristiche e schematiche. Se seguiamo la falsariga dell’esperienza americana, applicandone la lezione ai sindacati europei, in modo particolare ai sindacati italiani, appare chiaro che questi sindacati devono riguadagnarsi l’appoggio dei tecnici e dell’opinione pubblica, impostando una politica articolata sui problemi reali, e mirare all’isolamento dei proprietari assenteistici e delle direzioni inefficienti, condizioni essenziali per la loro eliminazione storico-politica.

In realtà, i sindacati italiani, avvenuta la Liberazione del Paese, o perché non ebbero la visione totale del problema e si risolsero quindi a impostare una serie di lotte per obiettivi sezionali e contingenti, o perché costretti a soddisfare esigenze di politica spicciola estranee all’attività sindacale propriamente detta, realizzarono nell’immediato dopoguerra due sole conquiste sindacali: la scala mobile dei salari e il blocco dei licenziamenti. Conquiste indubbiamente preziose e importanti, le quali però, lasciate a se stesse, non coordinate in un più vasto e coerente programma di ricostruzione economica, si rivelarono insufficienti e al più capaci di diventare motivi di propaganda e agitazione.

Queste due misure potevano avere un senso preciso e giocare una parte importante nel dopoguerra italiano solo se affiancate e prese in mano da tutta la reti di consigli gestionali, i quali avessero il compito di stimolare e di controllare non solo la produzione, per quanto possibile, dei costi e dei profitti.   Il problema era cioè di impostare una politica produttivistica, rivendicando ai sindacati quel posto centrale e di responsabilità nel ciclo produttivo e quella preminenza nella difesa dei lavoratori, che invece si tendeva a trasferire ai partiti di massa.

Cessato il sistema del governo tripartito, con l’esclusione dalla coalizione governativa dei Comunisti, la preferenza per le formule agitatorie risultò notevolmente accentuata. Il nuovo rapporto di forza, allora stabilitosi, indusse i dirigenti sindacali in un altro gravissimo errore. Diminuita, se non annullata, la loro possibilità di iniziativa, sostanzialmente orientato in senso conservatore, confessionale e paternalistico il governo, i rappresentanti dei lavoratori ipostatizzarono una opposizione univoca, un <<fronte nemico capitalistico reazionario>> come obiettivo della loro lotta, regalandogli una omogeneità di interessi e di orientamenti, che le forze capitalistiche sono lontane da avere. […]pp.234

 

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari

 

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