“La donna nel socialismo italiano tra cronaca e storia (1892-1978)” di Alloisio e Ajò

Muore a Silver Spring nel 1930 Mary Harris Jones.

800px-Mother_Jones_1902-11-04Mary Harris nacque a Cork, in Irlanda, il 1º maggio del 1837[1][2]: nella sua Autobiografia, scritta nel 1925, ella però affermò di essere nata sette anni prima per poter vantare una particolare longevità; c’è inoltre chi afferma che abbia inventato ad arte la sua nascita nel giorno simbolico della Festa dei lavoratori: certo è che venne battezzata il 1º agosto[1]. Discendeva da contadini poveri: il nonno paterno fu impiccato dagli inglesi, perché combattente per l’indipendenza irlandese come il figlio Richard, che nel 1835 decise di emigrare da solo negli Stati Uniti, a Monroe, nel Michigan.

Presa la cittadinanza, poté farsi raggiungere nel 1838 dalla moglie e dai tre figli a Toronto, in Canada, dove allora lavorava come operaio delle ferrovie e dove Mary studiò in una scuola per maestre elementari e dove imparò anche il mestiere di cucitrice. La famiglia tornò a Monroe e Mary trovò impiego in una scuola che lasciò per aprire una sartoria a Chicago, preferendo «cucire che comandare bambini piccoli».[3] Tornò però a insegnare in una scuola di Memphis, nel Tennessee, dove conobbe e sposò nel 1861 George Jones, sindacalista e operaio metallurgico.

[…] Quando nell’agosto del 1892 nasce a Genova il Partito dei Lavoratori italiani, si era già andato formando, in ambienti mazziniani e radicali, un movimento di emancipazione influenzato dalle donne illuministiche di Fourier e dalle idee di Stuart-Mill, il filosofo inglese di cui, nel 1870, Anna Maria Mozzoni aveva tradotto La soggezione della donna.

In quel momento la Mozzoni è già una agitatrice della questione femminile, avendo pubblicato, nel 1864, La donna e i suoi rapporti sociali, in cui prende avvio dal Risorgimento per approdare a quello che definisce il <<risorgimento della donna>>.

Sono gli anni in cui si va sviluppando tutto un tessuto di riviste e di associazioni femminili che, partendo dalla condizione della donna, si pongono il problema di una trasformazione complessiva della società (sarà questa caratteristica del movimento di emancipazione che ne determinerà l’avvicinamento al nuovo partito dei lavoratori). Accanto a questo fenomeno élitario, ce n’é un altro di matrice popolare: l’irruzione sulla scena politica e sociale delle masse femminili. Da una parte sono le contadine, le tessili, le mondariso che danno vita a manifestazioni di protesta e, per ottenere migliori condizioni di lavoro, si costituiscono in leghe femminili; dall’altra, con lo sviluppo della grande industria, migliaia di donne entrano nelle fabbriche dove sono sottoposte ad uno sfruttamento inumano; ricevono salari da fame, giustificati come integrativi alla paga dell’uomo ritenuta già sufficiente al mantenimento della famiglia. Più tardi si teorizzerà la inferiorità fisica e il minor grado di istruzione e di specializzazione delle donne per dimostrare una presunta minore produttività. In realtà si tratta di espedienti per strumentalizzare la lavoratrice e farne una concorrente del lavoratore, in modo da comprimere i salari di tutti. Intanto la donna per il cinquanta cento del salario dell’uomo, lavora dalle tredici alle sedici ore al giorno in condizioni disumane, dentro a squallidi stanzoni con finestre ermeticamente chiuse, dove si respira un’aria malsana. E nessuna legge protegge queste lavoratrici nemmeno durante la gravidanza, infatti l’unico provvedimento, quando la loro condizione diventa palese, è il licenziamento, salvo procedere alla riassunzione anche subito dopo il parto.

La situazione delle lavoratrici, i movimenti di rivolta che mirano ad emancipare la donna sono un terreno che offre immense possibilità di azione al nuovo partito. Ma le possibilità e le istanze che vengono dalle masse femminili non sono accolte in pieno dal movimento operaio all’atto della sua costituzione in partito, anche se nel programma si afferma con chiarezza la necessità della piena uguaglianza tra i sessi. Pesa infatti sulla classe operaia una concezione della donna molto conservatrice: ella viene considerata <<un uomo arretrato nel suo sviluppo>>, infantile mentalmente quanto fisicamente, <<microcefala>> e <<pigra>> e la sua missione naturale è quella di far figlie e farli crescere. Così sostengono i maestri del positivismo i quali <<continuano a parlare di differente missione della donna – la donna madre – e guardandone il lavoro come triste necessità, ponevano al limite, non la dissoluzione della servitù femminile, ma un riscatto della donna dal lavoro attraverso un miracolo economico che permettesse alla femmina di dedicarsi alla conservazione della stirpe>>.

Proprio ai fini di scardinare certa mentalità e chiarire gli scopi del socialismo è estremamente interessante il discorso tenuto da Anna Kuliscioff nel 1890, al Circolo filologico di Milano. Se i contenuti de Il monopolio dell’uomo, in cui la Kuliscioff dimostra di aver individuato i termini su cui muoversi per affrontare la questione femminile, fossero inseriti nel programma del Partito Operaio, il socialismo avrebbe dato un contributo molto più incisivo all’emancipazione della donna. […]pp.3

libro

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari

 

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