“Giacomo Matteotti sul riformismo” a cura di Stefano Caretti

PAROLE SOCIALISTE. AI LAVORATORI!

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Chiunque dia uno sguardo alla costituzione economica e politica della società capitalistica, rileverà senza dubbio come essa sia divisa in due classi.

Da una parte un numero relativamente piccolo di uomini i quali godono tutti gli agi, tutte le comodità della vita, dall’altra un numero sterminato di uomini i quali passano tutta l’esistenza nella miseria e nel dolore. Orbene: coloro che soffrono, che nascono e vivono nel pianto, non sono già gli oziosi, i fannulloni, ma sono invece i lavoratori, quelli che danno alla società il sudore della fronte, l’energia delle braccia.

V’è un esercito immenso di uomini, di donne, di fanciulli sparsi nei campi ove il sole brucia le carni, rinchiusi nelle officine  ove l’aria malsana condanna a morte i corpi macilenti, sepolti nelle miniere ove uno scoppio di gas uccide migliaia di vite umane.

Questo immenso esercito di prodi che ci procura il pane, che ci dà le vesti, che ci fabbrica le case, questo esercito di forti ha sul banchetto della vita il posto più piccolo, più negletto.

Nessuna gioia pel lavoratore che dalla mattina alla sera, traverso le ore cocenti del meriggio, ha mietuto nei campi, nessuna gioia per l’operaio che durante la giornata ha messo cento volte in pericolo la sua vita entro la miniera o vicino alle macchine gigantesche della officina.

Eppure è questo grande esercito che tutto produce. Dove dunque a finire tutto il frutto del suo lavoro?

C’è un piccolo numero dei privilegiati che lo strappa a voi, o lavoratori, lasciandovi tanto che basti per non farvi morire di fame.

Dicono i preti che iddio ha voluto così. No. Il dio delle Sacre Scritture, il dio della Bibbia disse ad Adamo, colpevole di avere staccato il pomo della Leggenda: tu vivrai col sudore della tua fronte.

Iddio dunque non può volere oggi quello che non volle, per chi ci crede, ai tempi beatissimi della creazione. E ad ogni modo noi e voi non possiamo volere mantenuta sempre questa mostruosa ingiustizia, per la quale chi lavora sino ad uccidersi e produce tutte le cose necessarie alla vita, muore lentamente di fame e chi non lavora, chi non compie nessuna utile funzione sociale… ammala d’indigestione.

Pensatela dunque questa grande ingiustizia in tutta la sua interezza. Riandate colla mente ai vostri primi anni, gli anni dell’infanzia e risalite col pensiero la vostra vita fino ad oggi. Voi la potete riassumere in queste parole: lavoro e miseria.

Perché ancor piccoli siete andati pei campi in cerca di un pò di legna per riscaldare la casa assalita dal freddo e dal vento. Perché giovanetti ancora avete dovuto sostenere le fatiche da uomo e oggi, fatti grandi, lavorate continuamente, incessantemente come bestie da soma.

 

Qual’è la ricompensa? Quale parte è toccata a voi di tutte quelle immense ricchezze che avete prodotto?

I granai si sono riempiti ogni anno di frumento, le cantine ogni anno di rosso vino e i cortili di legna. Ma di tutto ciò che cosa è venuto nelle case vostre? Che cosa avete avuto di tanto ben di dio? Appena tanto perché vinti dalla fame e dai bisogni non vi metteste a gridare un basta imperioso e pericoloso.

Così mentre i granai riboccavano di raccolti, i vostri figli si contendevano il pezzo di polenta e mentre nel cortile torreggiavano i mucchi di legna voi batteste i denti pel freddo.

vita contadina abbattitori alberi

Non è tutta così la vostra vita? La vita di voi produttori e soli legittimi padroni quindi delle ricchezze sociali?

Ora questa mostruosa ingiustizia non dice nulla agli animi vostri? I figli crescono su pallidi e magri, che saranno condannati a vivere miseramente come voi, on hanno mai eccitato nei vostri cuori un sentimento di fiera protesta non solo contro gli uomini, non solo contro i ricchi, ma contro questo iniquo sistema sociale?

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