“La Polonia e noi” a cura diWlodzimierz Goldkorn

8 ottobre 1982 In Polonia vengono bandite le organizzazioni sindacali compreso il sindacato di Solidarność 

[…] L’opposizione democratica ha spesso chiamato il regime vigente in Polonia <<totalitarismo>>. Al di là della precisione formale o meno di questa definizione che dal punto di vista strettamente scientifico non è esatta per le dimensioni stesse dell’opposizione, si può comunque affermare che il regime in Polonia senz’altro tendeva a diventare totalitario, senza però mai riuscire a portare a compimento questo proposito. E’ vero che si è trattato di un regime in cui non si poteva costituire nemmeno un’associazione di cinofili senza che il Partito comunista pretendesse di controllarla. Ma un regime di questo tipo, con la sua mania di centralizzare tutto e tutti, di guidare , mediante direttive dall’alto sia una singola fabbrica, sia il complesso dell’economia, sia per la già citata associazione dei cinofili, se da un lato priva la società della propria sovranità, dall’altro è anche estremamente inefficiente nella gestione dell’economia, dello Stato e della società. Perciò, quando esiste il <<socialismo reale>>, esistono anche forze che cercano di riformarlo, di democratizzarlo, di farlo diventare più razionale nella sfera dell’economia.

In Polonia il tentativo di riformare il sistema dall’alto, a partire dai vertici del partito, è fallito immediatamente dopo il ’56.   Un secondo tentativo di questo tipo, o meglio un tentativo di <<riportare il POUP agli ideali traditi dell’ottobre ’56>>, ci fu con le manifestazioni studentesche del marzo ’68.   Il fallimento dell’illusione revisionista, vale a dire della fiducia nella possibilità di far leva su una presunta fazione riformista e <<veramente comunista>> all’interno del partito in nome di un’ideologia  comune contro i dogmatici, è all’origine dell’opposizione democratica e per certi aspetti del sindacato indipendente e autogestito Solidarność.

Per le autorità, le manifestazioni studentesche del marzo ’68 erano un’ingerenza nella sfera della politica, e cioè un’intrusione nella sfera strettamente riservata ai dirigenti del POUP. A chi osa tanto si risponde con i manganelli, con i processi politici, con l’antisemitismo, con l’espulsione degli intellettuali dal paese.   Non esiste un’ideologia comune fra chi ha il potere e chi lo contesta. <<Buoni comunisti sono i poliziotti le guardie carcerarie, i clan del partito>> è la risposta delle autorità a chi afferma politicamente: <<Un comunista è una persona che lotta per la giustizia sociale, per la libertà per l’uguaglianza, per il socialismo. Egli va in carcere per anni a causa delle sue convinzioni e attività e, una volta rilasciato, riprende le sue attività rivoluzionarie>>. […] pp.270

 

 

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari

 

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