“Vent’anni di fascismo” a cura di Pietro Nenni

[…] Il movimento socialista non fu in Italia un’improvvisazione nata dalla sovreccitazione della guerra. Già prima del conflitto mondiale, il Partito raggruppava forze molto considerevoli. Aveva cinquantasei rappresentanti alla Camera dei Deputati; disponeva di giornali e periodici; organizzato secondo il metodo tedesco formava con ala Confederazione del Lavoro un complesso organizzativo forte di mezzo milione di aderenti tra i lavoratori delle officine e dei campi.   Le cooperative socialiste erano potentissime, amministravano patrimoni ingenti. Il fascino delle idee socialiste si esercitava tanto sulla borghesia intellettuale quanto sul proletariato. Gli studi Marxisti erano stati accreditati dai famosi saggi di Antonio Labriola e volgarizzati da Filippo Turati, il quale aveva fondato, nel 1891, la rivista Critica Sociale, immettendo correnti nuove di pensiero sul tronco del positivismo.

Durante la guerra il Partito socialista aveva saputo difendere con molto onore la bandiera dell’internazionalismo, ammainata in altri Paesi. Con la partecipazione ai Convegni socialisti di Kienthal e di Zimmerwald aveva preso una parte dirigente nel tentivo di ricostruire l’Internazionale, ciò che lo avevo esposto ai rigori dell’imperante reazione nazionalista.

Nel dopoguerra il Partito socialista ebbe uno sviluppo sproporzionato alla sua capacità di assorbimento e di inquadramento dei nuovi aderenti. I suoi iscritti che nel 1914 erano cinquantamila, nel 1919 salirono a circa trecentomila, mentre la Confederazione Generale del Lavoro passava da mezzo milione a due milione di aderenti.  Il Gruppo parlamentare triplicò i suoi effettivi (da cinquanta a centocinquantasei); i Comuni amministrati dai socialisti, che prima della guerra erano alcune centinaia, salirono a più di duemila.   Nello stesso tempo si sviluppava nel proletariato il sano orgoglio di chi si sente chiamato a funzioni direttive e prende via via coscienza delle sue nuove responsabilità.

L’intenso sviluppo del movimento socialista poneva due problemi. Dove trovare i quadri per disciplinare la massa che veniva al socialismo? Quali finalità immediate dare alla lotta?

L’insufficienza dei quadri dirigenti fu la causa che permise a dei demagoghi impreparati dottrinariamente  e privi di esperienza di assumere cariche direttive, assolutamente inadeguate alle loro capacità.   Ogni paese, ogni villaggio ebbe il suo Lenin.   Era il momento in cui, come soleva dire Serrati, ogni problema era discusso <<alla salsa della dittatura del proletariato>>.

In ciò bisognava vedere il fascino della formula in cui si era fatta la rivoluzione d’ottobre e l’immenso prestigio della rivoluzione russa, la quale tuttavia era sorta in circostanze storiche ed economiche senza rapporti con la situazione italiana.

Fu a Bologna, nell’ottobre 1919, che il Partito tenne il suo primo Congresso dopo la guerra.

Lo Stato era in crisi, la sedizione aveva guadagnato le forze armate, l’Europa intera dava l’impressione del caos, vincitori e vinti era tutti alle prese con enormi difficoltà d’ordine politico e d’ordine economico, Da ciò, in mezzo ai lavoratori, uno stato d’animo euforico che si esprimeva in manifestazioni spontanee che tenevano il Paese nell’ansia della aspettativa o del timore.

Dalle risonanti tribune scendeva un inno di fede mistica nella rivoluzione. In essa il proletariato acclamava la giusta sanzione al delitto della guerra. I capi maturati nelle lotte d’opposizione come Serrati, i giovani come Bordigia, cercavano nell’esempio russo la loro bussola, più sensibile però alle formule della rivoluzione sovietica che al grande esempio di realismo rivoluzionario dato da Lenin.

Al Congresso di Bologna due uomini si alzarono per condannare lo spirito di violenza che era nelle parole e nelle cose. Furono Filippo Turati, che dall’estrema destra scongiurò il Partito a non dare armi agli avversari del socialismo, e Costantino Lazzari, rappresentante della corrente intransigente ed operaista della classe lavoratrice. […]

 

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari (pp.82/I.397/C25C)

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