Tratto dal libro Massarenti il riformista. di Giovanni Ferro

[…] Purtroppo la situazione di Molinella era condizionata dalle iniziative di lotta, e dallo svolgimento di queste, nelle altre giorni d’Italia. E non sempre quelle iniziative derivavano da una approfondita meditazione politica accompagnata da un minimo di previsione delle conseguenze che ne sarebbero derivate e dalla valutazione delle forze necessarie per farvi fronte. L’occupazione delle fabbriche fu la più clamorosa di queste, ma altrettanto clamoroso fu il suo insuccesso. Era una politica della doccia scozzese. Si eccitavano gli animi delle masse sperando di poter approfittare della debolezza del governo offrendo obiettivi ambizioni e nello stesso tempo si indeboliva, più o meno coscientemente, la forza politica che doveva guidarle per raggiungerli. Era evidente che lo squadrismo fascista giudicato senza idee, aveva però uno scopo ben chiaro: Conquistare il potere ad ogni costo, salvandosi con l’interesse di classe di coloro che avrebbero tratto giovamento dalla modificazione della struttura societaria esistente. E questi non potevano che non essere gli agrari, gli industriali della siderurgia, i banchieri, gli excombattenti desiderosi di affermarsi sfuggendo alla meritocrazia e la vacillante burocrazia statale che temeva il decentramento amministrativo sostenuto dai socialisti e dai popolari. La violenza illegale era la via breve per raggiungere il successo. Non è per caso che il programma di violenza sistematica fu inaugurato il 21 novembre 1920 a Bologna, nel Palazzo d’Accursio, in occasione dell’insediamento dell’amministrazione comunale socialista e proseguito a Ferrara e poi a Modena. Segretario della Federazione fascista di Ferrara era Italo Balbo. Prima della guerra era stato segretario della Camera del Lavoro di Ferrara, il sindacalista interventista Michele Bianchi. Entrambi saranno Quadrunviri del fascismo. Dino Grandi invece era l’esponente più intransigente dello squadrismo fascista bolognese, distinguendosi in qualche modo da Arpinati proveniente dalle file fasciste.
Al Congresso socialista di Livorno nel gennaio del 1921 avvenne la famosa scissione che porterà – a breve scadenza – alla divisione del partito socialista italiano in tre tronconi: il partito socialista massimalista che farà capo a Giacinto Menotti Serrati; al Partito socialista unitario che avrà come Segretario Giacomo Matteotti eil Partito comunista d’Italia diretto dall’ing. Amadeo Bordiga.
Molinella seguirà naturalmente la scelta del Maestro [Massarenti] che si schiera con il socialismo riformista combattivo, anche se non – violento, che è quello di Giacomo Matteotti. Tuttavia qui, in questa terra, esiste un <<socialismo reale>> come si direbbe oggi, quindi un esempio eloquente da sopprimere. Si danno convegno le squadre fasciste di Ferrara dirette da Italo Balbo e quelle di Bologna con a capo il gerarca Negri e si dispongono a dare l’assalto al Palazzo delle organizzazioni operaie e al Comune, incendiandolo e distruggendo. Fra gli obiettivi è quello di sopprimere Giuseppe Massarenti, ma questi riesce a mettersi in salvo e a raggiungere Roma in biciletta. Giuseppe Bentivogli lo sostituisce fino al 31 ottobre 1922, data in cui verrà designato per Molinella un commissario prefettizio. Giuseppe Bentivogli era nato a Molinella nel 1885 ed era diventato giovanissimo il braccio destro di Massarenti che seguirà poi al confino politico nell’isola di Ustica.
L’interesse dei comunisti per gli esperimenti di socialismo riformista agrario è espresso da un intervista che il giovane giornalista del <<L’ordine Nuovo>> , Palmiro Togliatti, volle rivolgere a Giuseppe Massarenti a Roma dove questo era rifugiato. Il testo dell’intervista è stato pubblicato per intero nel numero l’8 giugno 1922 sotto un titolo pieno di sufficienza: <<Dalle “Baronie rosse” al fascismo>> – Origini ed aspetti della situazione a Bologna e a Ferrara. – Riproduciamo qui di seguito alcuni brani dei commenti dell’intervistatore e alcune risposte dell’intervistato -.
<<La “Baronia rossa>>, che questo iniziatore del movimento dei lavoratori della terra del bolognese aveva costituito, resiste. Se ne parlò di frequente in questi giorni come di un ultimo baluardo, davanti al quale l’impeto dell’attacco fascista ancora sembra sostare timoroso forse, forse solamente, attendere l’occasione favorevole.
Molinella resiste; ma l’uomo la cui persona formava quasi una sola cosa con quel centro di forti e combattive organizzazioni, è da molti mesi esule in Roma>>.
<<Quello che balza chiaro, attraverso le parole animate, è l’importanza reale, enorme, forse non eguaglia ancora, che ha avuto nella storia del risveglio delle masse italiane l’azione di propaganda e di organizzazione delle masse agricole. La trasformazione di una mentalità nuova; il processo ideale di liberazione. E la via che dovrà prendere domani in tutto il mondo, il lavoro agricolo. E in questi vecchi, che dicono di averla intraveduta, vi è un orgoglio e una sicurezza di se che colpisce.
… quella è la via buona. Deve avvenire così. Noi non abbiamo sbagliato>>. … – <<Ora il fascismo è in fase di distruzione, ma quando dovrà ricostruire, dovrà ricorrere agli organismi atti a questo scopo. Verrà il giorno della riscossa, ma anche questa deve essere organizzata>>.
<<Il capitale e il lavoro – così egli conclude – hanno bisogno reciprocamente l’uno dell’altro. Il capitale non può fare senza il lavoro, ma il lavoro invece lo può perché può conquistare il capitale. Per questo il lavoro è sicuro di vincere… Non ci è la più lontana esitazione nel tono assiomatico dell’affermazione; vi è una religiosità che colpisce. Ma si sente che questa fiducia sta vicino al fatalismo, con contiene in sé una condanna dell’imprevidenza politica dei socialisti>>.
Eppure questo utopista apparente, qual era Massarenti, aveva chiara la percezione della complessità della società in cui era costretto a misurare i passi del suo sperimentalismo sociale. A coloro che si attendevano da lui la costruzione di un Comune socialista rispondeva: << Sotto la cappa di piombo dello stato borghese, fra le pastoie e le strettoie della legislazione borghese, il Comune socialista non troverebbe né ossigeno, né libertà di movimento. Oggi il Comune socialista è ancora una frase, un’utopia, un anacronismo. Si può tutt’al più palare di Comune popolare>>.

[…]

Tratto dal libro Massarenti il riformista. di Giovanni Ferro

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL “Arturo Chiari”

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